A cavallo con i poeti – Igort (Einaudi, 2026): la bellezza imperfetta del Giappone interiore
Autore: Igort | Editore: Einaudi | Anno: 2026 | Pagine: n.d. | ISBN: 9788806258245
Ci sono libri che si leggono e libri che si abitano. “A cavallo con i poeti” di Igort appartiene alla seconda categoria: è uno spazio in cui entrare lentamente, togliersi le scarpe sulla soglia, e lasciare che il silenzio del Giappone rurale faccia il suo lavoro.
Un haibun per il nostro tempo
Igort — al secolo Igor Tuveri, fumettista sardo di fama internazionale, autore di capolavori come i Quaderni Ucraini e i Quaderni Giapponesi — torna al Giappone con questo nuovo libro Einaudi 2026, e lo fa nel modo più coerente con la sua poetica: a piedi, taccuino in mano, occhi spalancati sul mondo.
Il volume si presenta come un haibun, termine della tradizione letteraria giapponese che indica una forma narrativa in prosa scandita dagli haiku. Non è un romanzo, non è un saggio, non è un album illustrato nel senso occidentale del termine. È tutte queste cose insieme, e nessuna di esse del tutto. Ed è precisamente in questa irriducibilità a un genere che risiede la sua forza.
Il viaggio raccontato è duplice: Igort percorre prima il Michinoku, il profondo Nord del Giappone, sulle orme di Matsuo Bashō — il maestro dell’haiku, colui che nel 1689 compì il leggendario pellegrinaggio narrato nell’Oku no Hosomichi (“Sentieri del profondo Nord”) — e poi si dirige a sud, verso il Monte Fuji, cercando le tracce di Katsushika Hokusai, il “vecchio pazzo per la pittura”. Due maestri, una stessa domanda: dove abita la bellezza?
Bashō e Igort: compagni di strada attraverso i secoli
Per capire A cavallo con i poeti, bisogna capire Bashō. Il poeta visse nel Giappone del XVII secolo e trasformò il viaggio in una pratica spirituale. I suoi pellegrinaggi erano estenuanti, compiuti su sentieri battuti dal vento e dalla neve, spesso in compagnia del fido discepolo Sora. Eppure da quella fatica fisica nasceva qualcosa di lieve: l’haiku, diciassette sillabe capaci di fermare il tempo e l’essenza di un momento — una rana che salta in uno stagno, il profumo di un fiore di ciliegio, il silenzio di una montagna al tramonto.
Igort si mette sulle sue tracce con la stessa umiltà e la stessa curiosità. Non come turista culturale in cerca di validation Instagram, ma come artista che cerca di capire cosa significhi ancora oggi disegnare, scrivere, vedere. Lo accompagna un amico fotografo, e il contrasto tra i due medium — la fotografia che congela l’istante, il disegno e la scrittura che richiedono sedimentazione — diventa uno dei temi portanti del libro.
La domanda che Igort porta con sé lungo i sentieri del Nord è legata a due concetti giapponesi che attraversano tutto il volume: lo spirito della tigre nell’aria — qualcosa come l’essenza invisibile delle cose — e il karumi, “la leggerezza del quotidiano”. Non la leggerezza come superficialità, ma come grazia, come capacità di toccare il mondo senza schiacciarlo.
"Nel viaggio c'è il segreto della bellezza, che deve essere imperfetta, discreta, asimmetrica, perché la simmetria è parodia, opera dell'uomo, appunto, e non della natura."
— Matsuo Bashō
Hokusai e il Fuji che cambia sempre
La seconda parte del viaggio porta Igort verso sud, verso il Fuji. E qui entra in scena l’altro grande maestro: Hokusai, morto nel 1849 all’età di novant’anni, che amava definirsi “vecchio pazzo per la pittura” e che dedicò decenni alla serie delle Trentasei vedute del Monte Fuji. Per Hokusai, il Fuji non era un soggetto statico ma un interlocutore vivente, mutevole, capace di cambiare forma a seconda della stagione, della luce, dell’umore del cielo.
Igort lo insegue con lo stesso spirito, cercando nel vulcano un maestro silenzioso. Come Bashō aveva insegnato che la bellezza deve essere imperfetta, discreta, asimmetrica — perché la simmetria è un’operazione umana, una parodia della natura — Hokusai aveva dimostrato che lo stesso soggetto può essere inesauribile se lo sguardo si rinnova. Entrambi i maestri, in modi diversi, parlano contro la fissità, contro la ripetizione meccanica, contro l’idea che si possa possedere la bellezza una volta per tutte.
Ed è qui che A cavallo con i poeti diventa anche una riflessione sul fare arte oggi. Igort disegna sul posto, con colori alla mano, in condizioni non sempre ideali. Le illustrazioni che compongono il volume — e che sono, bisogna dirlo, di una bellezza commovente — non sono rifinitura da studio ma pensiero visivo in tempo reale. Hanno un’immediatezza che si sente, eppure non mancano di profondità. È il paradosso del rito: più si ripete, più si approfondisce.
La natura come testo, il viaggio come metodo
A cavallo con i poeti si inserisce in una tradizione che in Occidente ha pochi equivalenti diretti ma che in Giappone ha radici profondissime: quella della mono no aware, la “sensibilità per le cose”, la consapevolezza malinconica e meravigliata della transitorietà del mondo. La natura — le foreste di cedri, i fiumi, le risaie, le coste rocciose del Nord, le pianure che circondano il Fuji — non è sfondo. È il testo principale.
Igort lo sa e lo mostra in ogni pagina. I suoi haiku — quelli di Bashō che punteggia il testo come cesure musicali — arrivano sempre al momento giusto, né troppo presto né troppo tardi. Gli spazi bianchi sulla pagina sono parte del libro quanto le parole. Il ritmo è quello di una camminata lenta: non si va da qualche parte, si è da qualche parte.
Per chi conosce i Quaderni Giapponesi di Igort, questo volume è al tempo stesso una continuazione naturale e un approfondimento. Se quei libri erano anche cronaca e inchiesta sulla modernità giapponese, qui l’autore sceglie di andare più in fondo, verso qualcosa di più antico e più silenzioso. Non è fuga dalla contemporaneità: è la ricerca di ciò che nella contemporaneità sopravvive, di quelle forme della bellezza che resistono all’accelerazione del mondo.




Un libro per chi sa aspettare
A cavallo con i poeti non è un libro da leggere di corsa. È un libro da lasciare sul comodino, da aprire a caso in certi momenti, da rileggere. Come un haiku.
Se dovessimo indicare a chi si rivolge idealmente: a chi ha già amato la letteratura di viaggio giapponese — Bashō, naturalmente, ma anche Kawabata, Tanizaki, la Bruce Chatwin nella sua versione orientale che non è mai esistita ma avrebbe potuto — e a chi vuole capire perché Igort è uno degli artisti italiani più importanti della sua generazione, uno dei pochissimi capaci di muoversi con uguale padronanza tra fumetto, letteratura e arte visiva.
È anche, in modo discreto, un libro sulla crisi del fare. Su cosa significa, nell’era della fotografia digitale e dell’intelligenza artificiale, scegliere di disegnare a mano, di scrivere lentamente, di percorrere a piedi strade che si potrebbero coprire in auto. La risposta non è mai ideologica: è semplicemente mostrata, pagina dopo pagina, con la silenziosa evidenza delle cose vere.
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Igort. A cavallo con i poeti
e lasciati ispirare dalla sua straordinaria visione artistica.
Conclusione
Con A cavallo con i poeti, Einaudi pubblica un libro che difficilmente invecchierà. È raro, nel panorama editoriale italiano, un’opera capace di essere insieme così personale e così universale, così radicata in una tradizione specifica e così aperta a chiunque voglia avvicinarsi al Giappone con occhi nuovi. Igort. A cavallo con i poeti ci ricorda, con la grazia dei suoi maestri, che il viaggio non è mai verso un luogo. È sempre, inevitabilmente, verso se stessi.
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Recensione a cura della redazione di calmadimare.it



